Parco della Biodiversità Mediterranea: un parco museo nel centro della città

Il Parco della Biodiversità Mediterranea viene inaugurato nel 2004 e si estende per circa 60 ettari nel cuore di Catanzaro.  Il parco ha subito una vera e propria trasformazione. Prima di questo importante intervento, la zona da decenni era in preda al degrado. Dal 2002 l’Amministrazione di Catanzaro ha elaborato un importante progetto di riqualificazione e valorizzazione della zona. Il progetto non è un semplice parco, ma si tratta di un vero e proprio museo a cielo aperto. Le piante presenti nel parco sono circa cinquanta mila e anche la fauna è ben rappresentata. Qui si possono trovare esemplari di falchi, gufi, aquile e molto altro. All’interno del parco si trova il Museo Storico Militare, un percorso per fare jogging, piste ciclabili, parchi giochi per i bambini, campetti sportivi, un laghetto con i cigni, diversi labirinti verdi e un anfiteatro con 700 posti. Proprio quest’ultimo si presta per molte manifestazioni e una delle piú conosciute é Settembre al parco, che ospita artisti famosi soprattutto nell’ambito musicale.
Grande attenzione, nella gestione del Parco, viene prestata al mantenimento dell’equilibrio ecologico attraverso l’utilizzazione di veicoli elettrici ad emissione nulla, il disuso di antiparassitari, la riutilizzazione degli scarti di potatura, il sistema di irrigazione a basso consumo d’acqua, l’esposizione di soli animali nati in cattività e impossibilitati a vivere liberi.
Ora passiamo alla caratteristica di questo parco-museo. Molte sono le opere d’arte di artisti italiani ed internazionali presenti. All’ingresso si nota subito l’imponente installazione di Daniel Buren la “Cabane Éclatée aux 4 couleurs” . L’artista, famoso per le stoffe da tende a righe di 8,7 cm bianche e colorate, lavora “in situ”, ossia progetta e crea le sue sculture su misura, creando una diretta interconnessione tra l’opera e il luogo in cui si trova. L’edificio di forma cubica è una casa a cielo aperto. All’esterno è rivestita da specchi che riflettono la natura circostante, facendo percepire l’opera quasi inesistente. Sfrutta la specchio e la simmetria delle pareti esterne per creare un virtuale dissolvimento delle forme.
Proseguendo si trova un’opera di Michelangelo Pistoletto dal nome “I templi cambiano – Terzo paradiso.” Il Pistoletto è un importante esponente dell’arte povera e la sua opera fa riflettere sull’accelerazione dei processi storici: quando i tempi cambiano, i templi cambiano di significato. L’installazione è creata con materiali di riciclo, nello specifico elettrodomestici dismessi da Ecodom, dove le colonne sono formate con i cestelli di lavatrici, mentre il basamento e il timpano con serpentine di frigoriferi. Sul timpano del tempio si trova il simbolo del terzo paradiso, inteso come armonia ritrovata tra consumo e riciclo.
Più avanti incontriamo l’opera di Tony Cragg. Le sue sculture sono legate all’interpretazione di forme organiche e biologiche che hanno dato origine a immagini plastiche monumentali. Il nome dell’opera è ”Cast Glances” e può essere interpretata come una sfida alla dimensione razionale in base all’assoluta libertà della forma che si proietta in uno spazio emotivo. Lo scultore inglese interviene sull’asse variabile dell’oggetto costringendolo a subire improvvise torsioni e lo svincola dalla dimensione originaria. Camminando spuntano quattro figure e sono ”I Testimoni” di Mimmo Paladino. Le figure sono degli oracoli di un mondo ultraterreno. Si tratta di una muta meditazione interiore che tende a riconnettere l’universo contemporaneo con la magia e la ritualità.
Un’altra opera permanente è “Electric Kisses”, di Dennis Oppenheim. Si tratta di due strutture abitabili in acciaio e tubi colorati in acrilico. Queste strutture richiedono la presenza complice del visitatore, esso stesso protagonista dell’opera. La forma evoca le antiche pagode o l’architettura islamica. Ma i kisses sono anche cioccolatini che si assottigliano in punta molto diffusi in America. Proseguendo verso l’anfiteatro si nota subito la presenza di due statue, una ballerina e un uomo che la guarda. L’autore di questa installazione è Stephan Balkenhol.
Tra gli alberi spunta l’opera dal titolo “L’uomo che misura le nuvole”di Jan Fabre. E’ un inno alla capacità di continuare a sognare, di trascendere il tempo e lo spazio attraverso l’immaginazione ed è ispirata dall’affermazione che l’ornitologo Robert Stroud pronunciò nel momento della liberazione dalla prigione di Alcatraz, quando dichiarò, appunto, che si sarebbe d’ora in poi dedicato a “misurare le nuvole”. Oltre alla citazione, che colloca l’opera in un ambito storico e scientifico definito, in questo caso l’utilizzo dell’autoritratto ha un ulteriore riferimento di matrice biografica in quanto l’opera è un omaggio al fratello minore dell’artista, sognatore deceduto prematuramente. ‘Totem” è la rappresentazione di Darth Vader. L’immagine sembra simulare le costruzioni dei bambini con una serie di elementi sovrapposti. L’artista è Marc Quinn, protagonista nella seconda metà degli anni novanta della Young British Art.
Nel parco troviamo anche il grande cerchio di Mauro Staccioli, che noi catanzaresi conosciamo bene perchè già esposto presso il Parco archeologico Scolacium. L’artista prediligeva materiali scarni come il cemento, l’acciaio, il ferro, creava aste, mezzelune, cerchi che si aprono su spazi urbani o sui campi. Si tratta di una grande ellisse in acciaio corten che incornicia il paesaggio sottostante come se fosse un quadro.Nel prato spuntano sette figure immerse nel terreno e rivolte verso il mare. L’opera prende il nome di ”Seven times”di Antony Gormley. Lo scultore inglese le realizza partendo dal calco del proprio corpo. La scelta del numero delle statue non è casuale; già per l’astrologia babilonese il sette rappresenta il cosmo e la sua perfezione. Lo studio della fisicità umana, quale sede di memoria e trasformazione, è alla base della ricerca dell’artista.